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domenica 30 dicembre 2012

NICOLA CICCOLO CALCIATORE DI MESSINA


Il protagonista: Nicola Ciccolo

Messina calcistica non assapora da anni la gioia e le emozioni delle compe­tizioni a livello nazionale, di quelle che la videro cliente temibile e temuta per oltre tre lustri, dal 1950 al 1968.
Un giorno, di quello ieri non poi tanto lontano, un ferroviere di Taranto si tra­sferì a Messina, un po' emigrante alla rovescia, portandosi dietro il giovane Nicola. Si chiamava Ciccolo. A Messina si fermò e la famiglia crebbe: nacque Ennio e, sull'esempio paterno, tutti e due i gio­vani Ciccolo decisero che il calcio era il loro mestiere.
«Don» Nicola Ciccolo, il «siculo» come lo chiamarono al Nord nel pieno del suo fulgore atletico (e chi ha mai dubi­tato che fosse messinese?) venne fuori dalle squadre giovanili locali e, pratica­mente, crebbe con le fortune dei colori di Messina guidati sapientemente e nell'or­dine da Rudy Hiden, Ivo Fiorentini, Bru­no Arcari e da Umberto Mannocci, l'al­lenatore del gran salto nel mondo del cal­cio che conta.
Entrambi attaccanti i due fratelli sia pure il più famoso Nicola, ala ed interno il giovane Ennio, accadde che fossero esportati (per ovvie considerazioni di opportunità) nel momento del «salto di qualità» che costa sempre quello che co­sta. Ennio veleggiò per Agrigento, Empoli, Verona, Pescara e Frosinone e «don» Nicola approdò, nientemeno e perbacco! (via Verona) alla corte herreriana del Bi­scione milanese!
Ambidestro, buon colpitore da ogni posizione, Nicola possedeva tutte le qua­lità e le doti per diventare un grosso cam­pione, di quelli che fanno cassetta e riem­piono lo stadio. Un solo neo, ma grosso come una casa: non capi subito che lo sport moderno è fatto anche e soprattut­to, specie nei corridoi del cosiddetto «cal­cio parlato», di pubbliche relazioni.
Un giudizio severo, sicuramente esagerato e provocato, probabilmente, dall'oggettiva incapacità ad accettare l'uomo e l'atleta per quello che era: un genio inventivo capace di mirabilie le più impensate come di pause negative ed errori mador­nali da farti andare in bestia! Perché un calciatore da 287 presenze ed un canno­niere da 70 reti in campionato è sempre una grossa realtà.
D'accordo, non era tipo da fair-play: in campo non guardava in faccia nessuno. Espressione da duro, grinta, gioca da duro: entra e picchia senza riguardi. Il pubblico? Se ne accorgeva al momento dell'esplosione di gioia quando lui, «don» Nicola, scagliava la palla in fondo alla rete!
Se a Milano fu dura ed a Mantova le cose non andarono meglio (per le ragioni di cui sopra), Roma rappresentò una pau­sa in quel susseguirsi di rendimento in chiaroscuro: non risolse la problematica dell'attacco laziale solo perché non era in possesso di un certo tipo di bacchetta magica. Fu un periodo di transizione. Quindi, Vicenza.
Non è che lì la vita fosse più facile ma qualcuno ebbe l'ispirazione giusta e Ni­cola Ciccolo cominciò a fare proprio ciò che altri avrebbero dovuto fare per lui a suo tempo. Oggi chiamiamo «rifinitore» un certo tipo di appoggio alle punte. Fece anche quello, macinò chilometri su chilo­metri a centrocampo in azione di raccor­do tra difesa e attacco con una zampata d'autore, risolutiva, ogni tanto.
Chiuse a Verona, che aveva rappresen­tato la sua credenziale tanti anni prima al battesimo del fuoco nel calcio continen­tale. E nel Veneto, dove in fondo non si trovò male, è rimasto anche al termine dell'attività agonistica. A fare il «mister» tra Chievo e Legnago.
Ed a Messina? Si ricordano ancora di Nicola Ciccolo?