Il protagonista:
Nicola Ciccolo
Messina calcistica non assapora da anni la gioia e le
emozioni delle competizioni a livello nazionale, di quelle che la videro
cliente temibile e temuta per oltre tre lustri, dal 1950 al 1968.
Un giorno, di quello ieri non poi tanto lontano, un
ferroviere di Taranto si trasferì a Messina, un po' emigrante alla rovescia, portandosi
dietro il giovane Nicola. Si chiamava Ciccolo. A Messina si fermò e la famiglia
crebbe: nacque Ennio e, sull'esempio paterno, tutti e due i giovani Ciccolo
decisero che il calcio era il loro mestiere.
«Don» Nicola Ciccolo, il «siculo» come lo chiamarono al Nord
nel pieno del suo fulgore atletico (e chi ha mai dubitato che fosse
messinese?) venne fuori dalle squadre giovanili locali e, praticamente, crebbe
con le fortune dei colori di Messina guidati sapientemente e nell'ordine da
Rudy Hiden, Ivo Fiorentini, Bruno Arcari e da Umberto Mannocci, l'allenatore
del gran salto nel mondo del calcio che conta.
Entrambi attaccanti i due fratelli sia pure il più famoso
Nicola, ala ed interno il giovane Ennio, accadde che fossero esportati (per
ovvie considerazioni di opportunità) nel momento del «salto di qualità» che
costa sempre quello che costa. Ennio veleggiò per Agrigento, Empoli, Verona,
Pescara e Frosinone e «don» Nicola approdò, nientemeno e perbacco! (via Verona)
alla corte herreriana del Biscione milanese!
Ambidestro, buon colpitore da ogni posizione, Nicola
possedeva tutte le qualità e le doti per diventare un grosso campione, di
quelli che fanno cassetta e riempiono lo stadio. Un solo neo, ma grosso come
una casa: non capi subito che lo sport moderno è fatto anche e soprattutto,
specie nei corridoi del cosiddetto «calcio parlato», di pubbliche relazioni.
Un giudizio severo, sicuramente esagerato e provocato,
probabilmente, dall'oggettiva incapacità ad accettare l'uomo e l'atleta per
quello che era: un genio inventivo capace di mirabilie le più impensate come di
pause negative ed errori madornali da farti andare in bestia! Perché un calciatore
da 287 presenze ed un cannoniere da 70 reti in campionato è sempre una grossa
realtà.
D'accordo, non era tipo da fair-play: in campo non guardava
in faccia nessuno. Espressione da duro, grinta, gioca da duro: entra e picchia
senza riguardi. Il pubblico? Se ne accorgeva al momento dell'esplosione di
gioia quando lui, «don» Nicola, scagliava la palla in fondo alla rete!
Se a Milano fu dura ed a Mantova le cose non andarono meglio
(per le ragioni di cui sopra), Roma rappresentò una pausa in quel susseguirsi
di rendimento in chiaroscuro: non risolse la problematica dell'attacco laziale
solo perché non era in possesso di un certo tipo di bacchetta magica. Fu un
periodo di transizione. Quindi, Vicenza.
Non è che lì la vita fosse più facile ma qualcuno ebbe
l'ispirazione giusta e Nicola Ciccolo cominciò a fare proprio ciò che altri
avrebbero dovuto fare per lui a suo tempo. Oggi chiamiamo «rifinitore» un certo
tipo di appoggio alle punte. Fece anche quello, macinò chilometri su chilometri
a centrocampo in azione di raccordo tra difesa e attacco con una zampata
d'autore, risolutiva, ogni tanto.
Chiuse a Verona, che aveva rappresentato la sua credenziale
tanti anni prima al battesimo del fuoco nel calcio continentale. E nel Veneto,
dove in fondo non si trovò male, è rimasto anche al termine dell'attività
agonistica. A fare il «mister» tra Chievo e Legnago.
Ed a Messina? Si ricordano ancora di Nicola Ciccolo?